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La disabilità negli USA

La disabilità negli Stati Uniti


Articolo tratto da D.M. – rivista ufficiale UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) – n.111, agosto 1993

 


Nota: Furio Colombo è stato eletto Senatore della Repubblica alle elezioni politiche del 21 aprile 1996. Dal 2001 è direttore del quotidiano “L’Unità”.

 


 

La disabilità negli Stati Uniti

Vivo in un paese, gli Stati Uniti, dove l’handicap è stato tenacemente ignorato per generazioni. La prova? Basta dare un’occhiata alle vecchie strutture degli edifici universitari, delle scuole elementari, delle stazioni ferroviarie: gradini, scalinate, ostacoli di ogni genere, persino ostacoli inventati, come i percorsi della Columbia University, dove si salgono e poi si scendono una trentina di gradini lungo lo stesso percorso, per puro ornamento.

Ma negli anni Sessanta è iniziata la rivolta. Dapprima è apparsa in modo sporadico e isolato, ed è stata accolta dai cittadini “normali” con una esasperazione che non ho dimenticato. L’argomento era, più o meno, questo: si può ottenere di tutto, spianare i gradini, aprire passaggi, fare piattaforme per gli autobus. Ma costa.

Perché l’immensa maggioranza dei cittadini che non ha bisogno di evitare i gradini dovrebbe assumersi questa spesa?

Ma la rivoluzione si è fatta strada, e i portatori di handicap americani hanno vinto al punto da sconvolgere il paesaggio sociale ma anche quello fisico. La chiave di tutto questo potrebbe essere narrata come “la bontà”, “la comprensione”, “la solidarietà”, “la fratellanza”!

Mi spiace dire che non è così, che niente di nobile ha presieduto al grande cambiamento, ma la storia è interessante ugualmente, forse ancor più interessante. Perché bontà e solidarietà vanno e vengono con le persone che ne sono dotate. Ciò che invece ha cambiato l’America e l’ha resa il paese più vivibile al mondo per tutti i cittadini è un sentimento meno nobile, ma più costante: il senso pratico.

La gente – amministratori, politici, organizzatori, persone con responsabilità pubblica – si è resa conto (benché, sulle prime, forzata dalla pressione e dimostrazione degli interessati) che spianare la strada ai portatori di handicap vuol dire rendere libere, attive, produttive milioni di persone. Vuol dire non solo restituire loro due diritti sacri – eguaglianza e dignità – ma renderli partecipi della vita quotidiana senza metterli a carico di altri.

Chi mi legge su queste pagine tenga presente che sto compiendo questa riflessione sulla base di ciò che ho visto compiersi nella realtà. Ricordo al proposito un dettaglio che mi ha fatto capire molte cose. Quasi vent’anni fa, alla fine di un periodo di insegnamento in una piccola città della California, ho subito la frattura del tendine di una gamba. Non potevo camminare. Bene, in quel tempo, in quella città, non c’era modo di farmi salire o scendere dall’aereo perché il piccolo scalo non era munito di manica, ma solo di scaletta. E la scaletta era troppo stretta per sollevarvi una sedia o portare un uomo a braccia.

La soluzione, fra il fastidio e l’impazienza degli altri passeggeri, è stata trovata utilizzando un carrello elevatore che si trovava sulla pista per caso, per lavori all’edificio, e il cui uso non era affatto previsto per l’aeroplano. Quello che ho capito è che niente era previsto per permettere il passaggio libero e autonomo di una persona portatrice di handicap. L’invito implicito era di astenersi dal partecipare ad “attività impossibili”.

Il grande cambiamento che ho visto verificarsi con sempre maggiore accelerazione in due decenni, da un lato ha dato una risposta sensata ad un’esigenza di massa. Dall’altro ha liberato la vita sociale di tutti da una serie di strettoie, impedimenti e ostacoli che erano stati costruiti senza ragione, deliberatamente escludendo una parte delle ipotesi di funzionamento della vita in tutte le sue versioni.

Per questo, ancora oggi, percorrendo i marciapiedi di New York, e notando che tutti (tutti) hanno il passaggio per le ruote delle carrozzelle, che tutti gli ingressi delle case hanno il piano inclinato che evita i gradini, che tutti gli edifici pubblici sono stati riorganizzati in modo che i luoghi siano sempre accessibili, che tutti i bagni sono stati cambiati e tutti gli autobus sono muniti di piattaforma in grado di accogliere e ricevere alle fermate un “mare” di nuovi cittadini attivi, mi rendo conto che è accaduto qualcosa di grandioso, forse la più grande fra le rivoluzioni dei diritti umani che si siano compiute nella nostra epoca.

Ho detto che ciò che è avvenuto è stato dettato dal senso pratico, dal realismo, non dalla generosità. Credo di avere ragione, credo che questo spieghi la vastità dei lavori realizzati, del modo rapido con cui si sono estesi, e del fatto che le leggi sono venute dopo, non prima, a sanzionare il già fatto.

Ma l’altro aspetto, di una portata culturale e civile che forse sfugge al primo sguardo, è quello di avere drasticamente allargato il criterio di normalità e di funzionamento della vita, tanto che un simile fenomeno ha una conseguenza diretta sulla psicologia, sul modo di pensare, di percepire, di vedere i fatti. Il cambiamento del paesaggio fisico ha cambiato il paesaggio interiore, i criteri di valutazione e di giudizio, il senso dell’altro.

Un fenomeno che aveva una grande motivazione morale si è verificato in tutta la sua grandiosità, non per ragioni morali, ma per esigenze pratiche. Ma, al di là della sua realizzazione, ha reso vistosamente chiaro per tutti il dato di civiltà di ciò che era accaduto.

È accaduto che la gente ha ridefinito se stessa. E che la frontiera dell’handicap non è stato che un simbolo – forse fisicamente il più grande – della caduta di tante altre frontiere, del reticolato di divisioni e di segregazioni che ancora attraversa ciò che chiamiamo il mondo civile.

Invece di essere una ragione di compiacimento, questa vasta riorganizzazione del paesaggio sociale è apparsa finalmente per quello che è, che avrebbe sempre dovuto essere: un atto dovuto, indispensabile a tutti. È diventato un poderoso messaggio del cambiamento che ancora aspetta di essere realizzato: la fine di ogni discriminazione. L’accesso fisico è diventato metafora della piena e totale accettazione di tutti da parte di tutti non come atto di benevolenza ma come esigenza minima e preliminare di vita civile.

Se questo è vero, non siamo che all’inizio. Abbiamo appena incominciato a intravedere dove porta il percorso, come si cambiano, anche fisicamente, le cose, dove si tocca e si accerta l’assurdità (prima di tutto simbolica) dell’ostacolo.

La provocazione anche intellettuale e creativa è grandissima. Quello che è accaduto è molto, se uno pensa al recente passato. Ma non è niente, se si pensa a ciò che resta da fare e che sta per venire.

Furio Colombo

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